I migliori anni: incontro con Denis Podalydès su il Professore cambia scuola

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I migliori anni: incontro con Denis Podalydès su il Professore cambia scuola

Il suo volto è inconfondibile, capace di incarnare un intellettuale bizzoso ebbro della spocchia parigina, o un depresso lavoratore del sommerso. Un volto che raramente dalle nostre parti fa reagire con un nome e un cognome, ma spesso fa pensare: ‘dove l’ho visto?’. Denis Podalydès è un camaleonte del cinema e del teatro francese (la Comédie-Française), un attore di quelli che non sbagliano mai un ruolo. Anche quando incarna un letterato, insegnante in un prestigioso liceo parigino, chiamato a un anno di servizio in periferia, cercando di domare una classe scalmanata e multietnica di quella variegata zona grigia della società francese che è la banlieue appena fuori della capitale. 

Il film si intitola Il professore cambia scuola, diretto da Olivier Ayache-Vidal, è in arrivo nelle sale italiane. Per l’occasione abbiamo incontrato, ai Rendez-Vous di Unifrance di Parigi, proprio Podalydès.

Cosa l’ha interessata in questa storia di un professore che si trasferisce in un contesto così diverso dal suo?

Sono stato colpito dalla sceneggiatura e dal modo in cui il regista, Olivier Ayache-Vidal, me l’ha presentata, raccontandomi come abbia frequentato per due anni quel liceo, un progetto cinematografico e sociologico che gli stava molto a cuore. Sono figlio di un professore, sarebbe stato il mio destino se non fossi diventato attore, per cui mi sono detto che era l’occasione per tornare a quella vocazione. Era da un po’ che volevo recitare un insegnante, ma solo come protagonista di un film che ruotasse tutto intorno alla vita in classe. Ho un grande ricordo della mia carriera scolastica, sono anni che ti segnano per tutta la vita. Non conoscevo il regista, ma mi ha conquistato lo spazio che dedica all’improvvisazione; la familiarità che si è presto creata con gli studenti, giorno dopo giorno, ha dato modo di lavorare con due camere, girando per anche quindici minuti senza interruzioni, catturando momenti di improvvisazione. Penso al primo giorno di scuola, in cui ci siamo guardati intimidendoci mutualmente. 

Pensa ci sia nella scuola un’atmosfera cameratesca che somiglia a quella di una compagnia di teatro, che lei conosce bene?

Ci sono molti punti in comune, è vero, fra la vita scolastica, la lavorazione di un film o la preparazione di una pièce teatrale. Come ha detto lei, c'è il cameratismo, che non deve sfociare per forza in amicizia, legato allo stare insieme tutti per uno stesso fine. Si creano dei legami, che sono talvolta temporanei, come in un film o in uno spettacolo, che ci permettono intimamente e professionalmente di spingerci verso l’altro, condividendo qualcosa, direi addirittura di religioso, nel senso più antico di religare, creare legami, credere a qualcosa insieme.

Avete provato prima dell’inizio delle riprese, o avete preferito non incontrare i ragazzi prima, per mantenere una sorta di verginità il primo giorno?

Ho incontrato tre ragazzi, abbiamo provato qualche scena, niente di più. Il regista aveva bisogno di sentire alcune scene, per eventualmente correggerle, poi il resto si è sviluppato giorno dopo giorno. Stavo nel mio camerino, che era un po’ come la sala professori. Normalmente chi non è presente nella scena viene fatto uscire, in questo caso Olivier voleva catturare momenti di autenticità, per cui tutti gli studenti erano sempre presenti, a partire dall’inizio delle riprese, alle 8.30, fino alla sera alle 18. È stato estenuante, avevo bisogno di alcuni momenti per mangiare al volo in camerino e dormire un po’, prima di ripartire nel pomeriggio. La turbolenza dell’adolescenza li spingeva con un’energia incontenibile, talvolta prossima alla violenza.

Intimidazione reciproca.

Assolutamente, oltretutto mi vedevano come il professore, per cui mi sfidavano, sentivo che mi prendevano in giro, che si caricavano, tanto che ho usato questa dinamica reagendo in qualche occasione spinto dalla collera. Un professore, nel corso di un anno scolastico, conosce tutti i tipi di rapporto possibili: d’emozione, di violenza, di collera.

Trovo ci sia un lato malinconico molto interessante nel mestiere di professore, che invecchia mentre gli allievi sono sempre giovani, della stessa età.

È vero quello che dice, c’è malinconia nell’insegnante. Dopo la maturità ho seguito due anni di corsi per superare l’esame della classe di lettere dell’École normale supérieure, ricordo che avevo un professore che da giovane aveva fallito il concorso per tre anni di seguito, senza poterlo più passare, e ogni anno dava la sensazione di ritentare e di fallire di nuovo. Aveva una tristezza di fondo, ogni volta ci preparava dicendo ‘spero che avrete più fortuna di me’. Il professore sa che gli studenti sono di passaggio. La cosa toccante in questo liceo, e in quelli delle banlieue più difficili, è che gli insegnanti vogliono andarsene, prendono come una punizione l’essere assegnati là e sperano di andare via il prima possibile, Gli studenti sentono che sono persone che non hanno alcuna voglia di stare lì e per questo stabiliscono un rapporto di forza. Ci sono eccezioni: ho conosciuto un professore, che recita nel film e ha contribuito alla sceneggiatura, che lo vive come un sarcedozio. Ha voglia di essere in quella scuola là, per ragioni ideali. Uno dei rari che ha ancora questo senso di missione.

C’è poi la tensione fra chi conosce la materia e chi ha le capacità pedagogiche di insegnarla, questa materia. 

Ho amato molto la prima scena, una lunga improvvisazione, quando si vede il professore nel suo liceo prestigioso, in cui io ho studiato, e di cui conoscevo benissimo ogni sala. Ero un pesce nell’acqua e Olivier mi ha lasciato improvvisare per mostrare il personaggio in tutto il prestigio del suo mestiere, mentre parla di un autore latino, restituendo dei compiti in maniera ironica. Ne ho avuti degli insegnanti così, talmente contenti del loro sapere, sicuri di sé, che quando restituivano i compiti in classe traevano un piacere infinito nell’essere estremamente violenti nei loro commenti. Incontriamo per la prima volta questo personaggio, un po’ antipatico, e poi lo vediamo precipitato in quella scuola in cui deve imparare tutto di nuovo, nel rapporto con i suoi allievi.

Come si è trovato a lavorare con dei non professionisti?

Sono stati moto ben scelti, hanno una capacità reale come attori, tanto che alcuni potrebbero finire per fare questo lavoro senza problemi. Erano più dei partner che degli allievi, alcuni con capacità di improvvisare notevole. Ricordo una ragazza che mi piaceva particolarmente, con cui avevo un rapporto al tempo stesso di complicità estrema e di grande insolenza. Penso che nel cinema ci sia bisogno anche di non attori, tutti i registi che mescolano professionisti e non ottengono qualcosa di buono. Non è il teatro, dove c’è bisogno di una formazione tecnica particolare. Nel cinema è la macchina da presa che ruba, e può farlo allo stesso modo con attori affermati o persone che non hanno mai visto una camera prima. È un’innocenza molto preziosa.

Il professore cambia scuola è nelle sale dal 7 febbraio, distribuito da PFA Films ed EMME Cinematografica.

Ecco una scena in esclusiva del film.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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